MARZO 1984
“Un altro plico è giunto al Centro di Smistamento 10BA7.
È pesante, con l'etichetta dell'indirizzo applicata con cura dove la carta che l'avvolge si sovrappone, come sigillo.
Ogni giorno qui passa un pacco simile, destinato alla Direzione Centrale del Registro, il cui colore familiare cambia ogni tre o quattro mesi, quando evidentemente la risma della carta da pacchi termina, e ne viene iniziata una nuova.
Noi del Centro dovremmo limitarci a registrare il transito dei pacchi, e separare quelli che hanno una procedura prioritaria, come questo.
Noi dovremmo ignorare il contenuto e manipolare quegli oggetti con l'indifferenza delle macchine. Naturalmente questo non avviene, ed è per questo che chi spedisce lega il plico con dello spago e lo stringe con cura. Ma noi sappiamo frugare dove ci interessa.
Apro la finestra: ho bisogno d'aria. Il sole sta tramontando sulle mie mani, che staccano i sigilli e liberano il fascicolo dalla carta marrone.
Nel cielo sfrecciano le rondini, mentre scorro i fogli del rapporto, e un po' di brezza fa rotolare via lo spago.
Qualcosa da leggere anche stasera. Mi alzo arrotolando le carte. Pratiche di successione: altre informazioni che non arriveranno mai alla Sede Centrale, ad aumentare i vuoti di memoria del Sistema.
Non so perché ti racconto queste cose, io che sono un semplice impiegato della stazione 10BA7, con funzione di controllore di intertappa.
Non so neppure perché ogni tanto ci comportiamo così, in questa stazione sperduta nel nulla, né come mai da questo vuoto giungano plichi come quello. Fatto sta che, quando ho visto il tuo nome sui fogli che stavo leggendo, ho sentito il desiderio di scriverti.
Bene, caro Federico. Non so perché, ma ora l'ho fatto.
Alberto.”
GENNAIO 1985
Chiara, che lavata di capo! E poi davanti a tutti. Sono sicuro che c'è andato pesante proprio per impressionare quel pubblico di deficienti.
Ma io quella pratica di successione non l'avevo proprio mai vista. È vero, la mia scrivania è disordinata, ma è perché scaricano tutto su di me, soprattutto le pratiche più complesse.
Comunque, dai, è passata. Per fortuna ci sei tu che mi ascolti; con te mi sembra di entrare in un altro mondo. Quello giusto.
Un giorno ti devo fare un monumento, promesso. Come quello che vedo adesso dalla finestra, con un piccione in testa.
Sai? Quello sono io, il tuo Federico, che ti ha preparato un monumento. Deve solo trovare il modo di portartelo.
MARZO 1989
“Caro diario, oggi giornata memorabile.
Era da un pezzo che mi dicevo di farlo e finalmente ci sono riuscita. Credimi: mi sono tolta un macigno dallo stomaco.
Basta. Punto e a capo, e definitivamente.
Mi sono lasciata con Federico. Che ci posso fare se lui non è mai cresciuto? Si fa mettere i piedi in testa perfino dai vicini di casa e poi viene a farsi consolare da me.
Lo sai che non mi tiro indietro, però così la situazione era in stallo.
Per fortuna ho conosciuto Alberto. Lui non ha bisogno di essere consolato: quando vuole fare qualcosa, la fa.
Viene dalla gavetta, ma sa dove vuole arrivare.
Sai una cosa caro diario? Ho alzato gli occhi alla finestra e, in alto nel cielo, c'è un uccello migratore. Alberto è così: non si spaventa se il viaggio è lungo. Non ha fretta e sa dove c'è un nido che lo aspetta.”
AGOSTO 1995
Squilla il telefono: “Ciao Chiara, sono Alberto.
Questa te la devo raccontare.
Ero all'Ufficio del Registro, sai, per l'atto di successione di tuo padre, e c'era da aspettare parecchio.
Ad un signore, la macchinetta del caffè non accettava le monete.
«Provi queste», gli dico: mica potevamo aspettare lì tutta la vita.
E infatti, stavolta funziona, con soddisfazione generale.
Lui mi ringrazia con un sorriso.
«È stato provvidenziale.»
Beh, sai chi mi è venuto in mente?
Quel l'impiegato con cui sei stata tanti anni. Non lavorava proprio lì? Me ne parlavi quando mi chiedevi consiglio: dicevi che era sfortunato ma perbene, e io me lo immaginavo proprio come quel tale.
Avrà avuto cinquant'anni, un po' stempiato.
Che fosse lui?”
MARZO 2010
Per liberare la stanza da ridipingere ho spostato quella pila di carte nella scatola sopra l'armadio, che da tempo volevo prendere in mano e riordinare.
So che è un errore restare attaccati al passato, ma non ho resistito alla tentazione di sfogliare quei vecchi contratti e quegli scambi di lettere (quando ancora si usava scriverle), prima di buttarle via definitivamente.
È così che quella lettera, mai inviata, è saltata fuori.
Sembrava fosse rimasta lì ad aspettarmi, ben sapendo che prima o poi l'avrei ripresa in mano.
Era dell'epoca in cui facevo smistamento pacchi, per pochi soldi. Non avevo motivazioni e in qualche modo volevo danneggiare il sistema in cui mi sentivo ingabbiato.
Ragazzate; cose di cui vantarci tra di noi.
Chiara, non so se fartela leggere, ma la situazione è davvero curiosa, perché parla di qualcuno che tu conosci fin troppo bene. Non vorrei che poi tu pensassi male di me.
NOVEMBRE 2016
Ero in ritardo. Chiara aspettava, immobile, con il cellulare in mano. Il vestitino leggero non stava fermo.
«Scusa il ritardo.»
«Alla buon'ora.»
Sarebbe stato meglio darle buca.
«Forse so già cosa volevi dirmi.»
«Bravo Alberto, mi risparmi la sofferenza. Si tratta solo di metterlo in chiaro. Chiudere in modo civile, senza drammi. Sei d'accordo?»
«Guarda che per me non è per niente facile. Non so come farò senza di te. Ti raccontavo tutto: tu sai di me più di chiunque altro. Forse ho sbagliato proprio lì. Un libro aperto, dove hai trovato subito gli errori. Ma chi non ne ha?»
Lei aveva riposto il cellulare nella borsa, sistemandosela sulla spalla con un gesto rapido. Quello sguardo deluso e la smorfia che precedeva ogni sua risposta continuavano ad attirarmi.
«Non è così. Non è che ci sia qualcosa che non va; è la fiducia che se n'è andata. E quando la perdi, la perdi per sempre.»
Non sapevo cosa dire. La conoscevo abbastanza da non sentirmi vittima di un'ingiustizia. Quando fa così è perché sa di avere ragione. E non sono mai stato uno che cerca di impietosire gli altri.
Ma lo stomaco aveva incassato un brutto colpo.
SETTEMBRE 2018
Seduto sul terrazzo, mi riposo.
E’ un peccato che non si scrivano più lettere: scriverò a me stesso.
“Caro Alberto,
ora che sei un vecchio pensionato, è tempo di bilanci.
Cavoli. Ho appena cominciato e già non trovo le parole.
Lo sguardo va all'orizzonte e la mente al passato. Quando giocavamo nel cortile e immaginavamo quando saremmo diventati grandi. Alle merende piene d’appetito prima di tornare a correre.
Non avrei mai immaginato il mio primo lavoro, quando smistavo pacchi in quello scantinato. Di centri come quello non ne esistono più; evidentemente non funzionavano bene.
Non lo facevo volentieri e non sono stato un funzionario fedele; per fortuna la Previdenza non sa quello che facevamo, o non ci fa caso, perché l'assegno mensile lo incasso regolarmente.
È una fortuna, e non l'unica.
Nella vita devo ammettere che ho avuto tante buone occasioni, come ad esempio conoscere Chiara. Comparsa per caso e ritornata nel nulla: una parentesi luminosa.
Ora però, caro Alberto, sono stanco.
Quello che potevo fare credo di averlo fatto.
O forse no, forse non mi è del tutto chiaro cosa avrei dovuto fare.”
Un passero è venuto a trovarmi sulla ringhiera e scruta attorno, forse cercando briciole.
MAGGIO 2026
Lo stormo ha girato più volte sulla piazza, aspettando il momento giusto: quando le ombre si allungano e soltanto le cime dei tetti restano illuminate.
Ora ognuno ha trovato dove posarsi: chi su un'antenna, chi sul cornicione, chi sui rami del tiglio. Ogni tanto qualcuno riparte per un breve volo, subito imitato da pochi altri.
E cinguettano.
Un passero ha raggiunto il cimitero e si è posato su una croce. Alberto riposa lì da pochi mesi; nessuno ancora ha provveduto alla lapide. Che fosse lui l'impiegato che quarant’anni prima, per un istinto incompreso, danneggiò Federico? Chi lo saprà mai?
Chi saprà della lettera con cui intendeva autodenunciarsi, mai spedita e ritrovata dopo anni? Quella che ha incrinato tutto con Chiara?
Poco distante c'è anche Federico, venuto qui ben prima di lui. Un bel marmo e fiori finti.
I fiori li mise Chiara, un giorno di vento, perché, anche se non lo sopportava più, quell’omino buffo e mite ogni tanto le tornava in mente. Lei ora è nella tomba di famiglia, tra il viso severo del nonno, e lo sguardo sofferente della mamma. Quella che la rimproverava per il carattere troppo impulsivo.
Quarant’anni sono davvero tanti; ci sarebbero possibilità per tante vite, non una sola. Chissà perché, però, quasi sempre ci accontentiamo di ciò che ci riserva la sorte. I cambiamenti sembrano arrivare inaspettati, anche se hanno impiegato anni a maturare. Sembra quasi che il destino le prepari lui le occasioni, come per metterci alla prova, e sorride se ci caschiamo.
Poi comunque il tempo diluisce ogni possibilità di memoria e tutto diventa irrilevante.
Il passero vola via. Loro dal cielo hanno visto tutto, ed è ora di tornare al nido.