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domenica 1 febbraio 2009

Soglia

Alle volte penso a quante cose stiamo usando, che vent'anni fa neppure immaginavamo;  telefoni cellulari, navigatori satellitari... e mi chiedo quante altre cose avremo tra venti anni, che adesso neanche immaginiamo.  Tutte quelle cose, non sono state ancora inventate, ma stanno per esserlo.


E' come se fossimo sulla soglia, e chiunque potrebbe oltrepassarla.


Da piccolo, varcare una soglia era qualcosa di emozionante, perché accompagnata da un po' di incognita su quello che c'era nell'altra stanza.  Se poi era buia, chiedevamo di essere accompagnati.

Capitava anche di sostare sulla soglia (ed i grandi brontolavano, perché eravamo di impiccio) come per essere un poco nella nuova stanza, ma non del tutto, e non perdere la possibilità di ritirarsi.


Ma, come il paracadutista sul portellone ... non si può stare sulla soglia a lungo.


Ogni istante è una soglia che si varca, per entrare nell'istante successivo, e veramente di quell'istante crediamo di sapere quasi tutto ... e veramente spesso c'è qualcosa di inaspettabile, che ci aspetta.


"Uffa" direte "adesso questo ci parla del Destino".  No, no ... questo un'altra volta.

Restiamo in tema "invenzioni":  è come se le cose che verranno scoperte in questi anni, fossero lì già pronte, in attesa di essere scoperte, e che la scoperta viene fatta finalmente solo in quei momenti particolarmente rari e favorevoli, in cui lo scopritore allarga lo sguardo, e finalmente riconosce la cosa nuova, che era lì da un pezzo, ma nessuno la vedeva.

Già: uno può cercare subito di capire cosa c'è di nuovo, o fare finta di non vederlo. Sta a noi. La paura dell'incognita spesso ci tira indietro, la paura di apparire controcorrente, di passar per fesso, uno che perde tempo.

Ma il peggio è, che pensiamo che le invenzioni riguardino solo la scienza, e la tecnologia, mentre ci sarebbe un gran bisogno di inventare nuovi metodi di convivenza, scoprire le regole dell'equilibrio e della reciprocità: "Non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te" è un teorema ancora da dimostrare.

domenica 18 gennaio 2009

Adesso

Alle volte -magari capita anche a voi- mi sveglio alle prime luci dell'alba, e mi dico “domani devo fare questa cosa...”.   Poi mi rendo conto che sono già nel nuovo giorno, e mi dico “che stupido, è già domani... e torno a dormire.


L'arbitrarietà nelle demarcazioni del tempo non sembra dare grossi problemi,  ma resta tale.

Come quando si festeggia il capodanno, ed ogni fuso orario lo festeggia in un'ora diversa.  Se il capodanno è un momento, cioè una posizione nel tempo, perché non festeggiarlo simultaneamente ovunque ?


Abbiamo un modo strano di riferirci al tempo, e stentiamo ad adottare dei riferimenti assoluti.

Sembra ridicolo regolare tutti gli orologi rispetto a Greenwich ?  ... beh, un giochino simile lo facciamo due volte l'anno, quando ci fanno impostare l'ora legale.  Non ci sarebbe nulla di straordinario a dire che l'ora resta la stessa, e che si va a lavorare un'ora prima.  Per inciso, debellare l'abitudine dell'andare a lavorare sarebbe di per sé una vittoria epocale.

Eppure certi riferimenti relativi sono proprio ingannevoli, come quel mio amico, ad una cena particolarmente appetitosa, che ci confidava che domani avrebbe cominciato la dieta. 

E' ovvio che domani non sarà mai adesso.


Ancora più ingannevoli sono i riferimenti relativi, come la “contemporaneità”.  La definizione di letteratura contemporanea, che si trova nelle antologie, l'ho sempre trovata buffa, dato che quel libro potrà essere letto tra 100 anni, e quella “contemporaneità”  sarebbe ben difficile da spiegare.

Ma facciamo che state preparando la colazione, e contemporaneamente ascoltate le notizie alla radio.  State facendo due cose nello stesso tempo.  Contemporaneamente, in qualche altra parte del mondo,  magari qualcuno -che so- sta facendo la stessa cosa, oppure sta dormendo, o morendo di fame.

Vi sembrano "contemporanee" allo stesso modo ?

Nel secondo caso l'unica relazione tra le due cose, é che accadono “sotto lo stesso cielo”  (=con le stelle nella stessa posizione),  ma sono due fatti che non conoscete contemporaneamente.  Finch'è non sai che qualcuno,  mentre stai preparando il caffè,  sta morendo di dissenteria,  per malnutrizione e contaminazione dell'acqua,  quel fatto ti è completamente estraneo,  ed è come se non ci fosse, o -siccome prima o poi lo sai- come se avvenisse in un tempo diverso dal tuo.

Ma supponiamo che la notizia che senti per radio, sia proprio relativa allo sterminio per fame.   E che vi dicano "Mentre state facendo colazione per andare a lavorare, c'è un bambino che è agonizzante da giorni, ed ora che stai mescolando lo zucchero è spirato".   Vi lascierebbe ancora indifferenti ?

Non volevo rovinarvi la giornata.  Volevo solo dire che è come se vivessimo in isole del tempo.. non volessimo farci carico dell'adesso del pianeta.  Che aspettassimo che l'adesso diventi storia, per poter dire "è passata".

giovedì 1 gennaio 2009

Esibizionismo

Ho sentito usare questo termine per quelli che frequentano i social network, o per chi si fa un sito personale, o -come me- un blog.

Tu che stai leggendo sei - probabilmente - un navigatore abituale,  e quella definizione ti lascia abbastanza indifferente,  perché sai bene che in rete,  per esserci,  bisogna in qualche modo esporsi.


Vorrei però spiegarti due pensieri che non riesco a tacere.


Esibizionismo sarebbe una specie di infamia che commette chi abbandona il pudore (“Spudorato !”  sarebbe l'insulto).  Il concetto nasce in un contesto “sessuale”, e quindi appare particolarmente disdicevole

Secondo me, che ci sia una componente sessuale in ogni aspetto della nostra vita, non è una gran scoperta.  Come scoprire che c'è acqua in ogni essere vivente... è ovvio: siamo nati lì... Nella nostra breve parabola di nascere e morire, l'atto sessuale è senz'atro essenziale, e guai se non permeasse la nostra effimera esistenza:  sarebbe letteralmente la fine della specie.

Quindi, con tutto rispetto, Freud ha scoperto l'acqua calda, ma ha comunque il grande merito di averci stanati nei nostri assurdi tabù sull'argomento.  Senza peraltro ottenere una vittoria completa, visto che i tabù permangono.

Così, è probabile una componente erotica nel pubblicare sul web, cioè nel “farsi vedere” da sconosciuti.  Le piume un pavone le allarga per rimorchiare, mica per farsi fare una foto... Se poi da un post nascesse una relazione, lo decide il destino, mica noi...

Trovate la cosa particolarmente disdicevole ? Uno dovrebbe andare in clausura per evitare di creare occasioni di peccato ?

Una volta si andava in piazza, o in chiesa la domenica: era lì l'esposizione: come eri vestito, cosa dicevi, come ti muovevi, era sotto gli occhi di tutti.  La scuola è un importante momento di visibilità pubblica, dove -cioè- non scegli tu chi ti guarda.  Oggi resta solo il lavoro, ed è stupefacente il numero di relazioni (intendo dire sessuali) che si creano in quell'ambiente: Clinton è stato solo la punta dell'iceberg.


Credo che sia troppo poco.


Facciamo una vita che ci segrega,  per questo abbiamo bisogno di un po' di esposizione, dove questo è consentito.  Che ci resti solo il web e la discoteca è abbastanza triste... soprattutto per chi -come me- in discoteca non ci va.


Ma c'è un'altra riflessione, relativa al pudore.  Concetto che potremmo declinare in “riservatezza”, e “privacy”,  cioè:  lasciare che le cose intime restino nascoste

Ce l'hanno venduta come un diritto, ed anche importante, ma -secondo me- sono ben altri i diritti da difendere

E la pubblica esposizione su Web di pensieri e cose personali lo dimostrano in modo clamoroso. Ma aggiungerei (come mi ha fatto capire un post di Roberto Venturini) anche il telefonino. Come non notare che la gente non ha nessun problema a parlare al telefono in pubblico ?  Alla gente “normale” non crea gran problema che sconosciuti ascoltino quello che dicono al telefono.  Casomai dà fastidio a chi ascolta, perchè lo distrae.

Ma chi l'ha detto che la privacy va difesa ? Ve lo dico io: quelli che hanno cose da nascondere, e -per fortuna- sono pochi, ma -per sfortuna- potenti.

domenica 28 dicembre 2008

Fiducia

La sera della vigilia, qualcuno di noi ebbe l'idea di fare una sorpresa ai bambini, fingendo l'arrivo di Babbo Natale. Raccogliemmo tutti i doni in una carriola ... uno si travestì ... baffi e barba bianca, e cominciammo la messa in scena: “Avete sentito ? Forse c'è qualcuno fuori in giardino...” … tutti a guardare fuori dalla porta finestra, ed ecco comparire nel buio, tutto vestito di rosso, un Babbo Natale che si sbraccia festoso, fra le esclamazioni di tutti.

Noi avevamo saputo dell'iniziativa all'ultimo momento, ed i pacchettini li avevamo preparati in casa, così Paola, la nostra figlia più piccola, li aveva visti. Quando li ha riconosciuti, sulla carriola spinta da Babbo Natale, ha esclamato “Guarda, Babbo Natale è passato da casa nostra a prendere i regali !”.


Come si chiama questa ? Ingenuità ? Fiducia ? Plagio ?


C'erano tutte le evidenze del trucco:  quelli erano i pacchettini preparati dalla mamma !  Ma tutti avevano riconosciuto Babbo Natale... quindi Babbo Natale era andato a casa, a prendere i pacchettini...

La fiducia sembra una forma di resa. Parlo di fiducia, evitando di proposito il termine “fede”, troppo impegnativo per me.

Fiducia per condiscendenza,  o perché non ho alternative... o per sottrarsi all'onere della conoscenza...


La fiducia la tiriamo in ballo quando c'è qualcosa che non possiamo (o non vogliamo) verificare direttamente come vero o falso.   Sono interessanti i casi in cui questa verifica non è possibile, perché riguarda qualcosa che avverrà nel futuro.


Questo è periodo di auspici.   Si usa dire che un anno sta finendo e ne sta cominciando un altro. L'arbitrarietà di questa demarcazione non sembra essere un gran problema, neppure per quelle popolazioni che hanno date diverse dalla nostra per celebrare il capodanno.


Questa arbitrarietà ben si sposa con la formalità degli auguri che ci scambiamo.    Ma dietro al rito ci sono degli auspici, che pronunciamo solo nell'intimità dei nostri pensieri, per nulla superficiali.

Credo ne facciamo tutti, chi più chi meno...

Si dice che non vanno detti, altrimenti non si realizzano;   si dice che bisogna crederci intensamente e si realizzeranno di sicuro;    si dice che si avverano quando non ci speri più... Ma cosa sono ?  Perché farli a capodanno ?


L'impenetrabilità del tempo futuro viene scalfita appena dall'immaginare una situazione a noi favorevole come possibile.  Come mai ci sentiamo così bene quando il nostro desiderio si è formato in pensiero, e lo collochiamo in un tempo impreciso, ma finito, a partire da oggi, e precisamente entro il ciclo delle 4 stagioni ?


Cosa accede l'ultimo dell'anno, che rende più verosimile la nostra fantasia ?


Il ciclo dell'orbita terrestre attorno al sole è sicuramente quello che più influenza la natura vivente,  ma non è certamente l'unico ciclo cosmico percepibile.  Gli auguri si fanno anche nei compleanni,  ma anche qui il ciclo annuale si impone come significativo universalmente.


Non lo so, ma mi vien da dire che la relazione tra la fiducia, e la dimensione tempo, nelle sue metriche palpabili, sia molto stretta.


Ma torniamo al Babbo Natale, che ha preso i pacchettini a casa mia.... tutti noi abbiamo riso. Qualche giorno fa, ci cadde una bottiglia di vino sulla tovaglia.  Come si usa dire, di fronte a quel piccolo disastro, abbiamo esclamato “Allegria !”, alla Mike Buongiorno.   Paola ha osservato seria: “C'è poco da stare allegri”.

Perché abbiamo riso tutti di fronte all'eccesso di fiducia di Paola ?  Lo dico anch'io: c'è poco da stare allegri:  in quante altre situazioni la facciamo noi l'ingenuità di Paola ?   ci dicono che Saddam ha le armi di distruzione di massa, e noi avvalliamo la distruzione di una nazione;  ci dicono che abbasseranno le tasse e noi... perchè diamo fiducia così facilmente ?


E' il tempo che ci imbroglia, il tempo che passa... la fiducia che abbiamo dato, ci ha fatto stare tranquilli quando l'abbiamo data, e questo basta...

La fiducia riguarda sempre qualcosa di favorevole. Non si dice: “mi auspico di fare un incidente stradale”  (se non per cinico sarcasmo)  anche se -in tutta franchezza- è un evento abbastanza probabile. 

Anche quando l'indovino ti prevede un evento nefasto, dargli fiducia significa beneficiare del vantaggio che lui ti ha dato,  fornendoti l'informazione in anticipo,  e consentendoti di prendere provvedimenti per proteggerti da quell'evento.


Da qui, penso, il senso di sollievo dell'esprimere un desiderio, e riporre fiducia nella possibilità che si avveri.  Dare fiducia è il sintomo che il nostro animo è già orientato positivamente verso il futuro:  non è la causa di questa sensazione di ottimismo.... Ma perché a capodanno ?

Beh, perchè è l'inizio:  mica puoi sperare che il film sia bello, quando l'hai visto tutto.... Come quei due che -al cinema- si sono messi a scommettere su chi avrebbe vinto, tra due che, in una scena del film, stavano gareggiando.  Quello che vinse la scommessa,  uscendo dal cinema,  confessò che quel film l'aveva già visto.  “Anch'io” disse il secondo “ma stavolta l'altro mi sembrava più in forma”.

La fiducia è una cosa seria... diceva un vecchio carosello, così, per una sera, sta bene essere esageratamente ottimisti, e riderci a crepapelle !  



sabato 20 dicembre 2008

Crisi

Spaventa, e fa soffrire,  ma mi vien da dire che non dura.

Da incompetente,  s'intende,  ma per me i consumi sono come l'entropia, non possono calare:  può sembrarti, in una certa zona, in un certo periodo, come quando si forma un cristallo, ma nel complesso non possono far altro che crescere... destino inesorabile.

Al massimo calano i consumatori...


Ho pochi soldi ?  Ok, quella spesa non la faccio adesso, aspetto un po'... ma sta sicuro che poi la faccio. La macchina nuova ? Beh, rimando, sei mesi, che so, un anno, ma poi la compero.

Ovviamente se fanno tutti così,  sembra una catastrofe... e parte la cassa integrazione.

L'imprenditore, quando c'è da incassare, mette via,  ma quando c'è da tirare fuori, mette in cassa integrazione...  non lo dico per fare il qualunquista:  nel mio piccolissimo sono imprenditore anch'io...   sono le regole del gioco, chi non le conosce, passa per pollo.    

Vuoi giocare ? Svegliarsi, queste sono le regole.


La base dei consumatori è in continua, drammatica (per le risorse)  espansione, a macchia d'olio: chi si è abituato con la carta igienica, non passa alla carta da giornale.  Casomai la compera al discount (che poi costa meno del quotidiano).


I guru della finanza dicono “vedrete che durerà parecchio”. L'avevano prevista l'impennata del prezzo del petrolio ?   E l'avevano prevista la ricaduta dopo poche settimane ?   Se stessero zitti, non sarebbe meglio ?   Quella volta che lo fanno, dovremmo fargli un bell'applauso, che so, dargli il premio Nobel, chissà che capiscano...


Come mai questa crisi ?  La domanda successiva, è:  "a chi giova ?"...  A chi potrebbe giovare la crisi ?   Beh, che l'economia oscilli,  è necessario ai meccanismi della speculazione, che non guadagna quando il prezzi sono stabili.    Quali meccanismi di stabilizzazione sono stati introdotti dal 1929 in poi ?    Quali freni sono stati messi alla speculazione ?


Speculare è una parola ricca di significati...


Osservare attraverso uno specchio”... perché mai ? Lo specchio non è la realtà:  c'è distacco. Chi specula non si sporca le mani con l'attività su cui scommette.   Compra e vende,  ma non produce,  non impiega...  opera in modo virtuale (cioè lascia che operino gli altri).

Anche come soggetto,  forse,  lo speculatore è poco reale,  nel senso che è una realtà incredibilmente diffusa ed evanescente.   Tu ed io (inconsapevolmente ?)   siamo speculatori, perché abbiamo affidato del danaro a qualcun'altro,  che lo ha affidato a qualcun'altro,  che ha finanziato qual'un'altro,  che ha comperato... e via discorrendo.


Se penso agli speculatori, non immagino una cupola di delinquenti, ma una combinazione di atteggiamenti -ormai eticamente accettati- finalizzati al beneficio personale,  che vuole ignorare l'eventuale sfruttamento di altre persone.   Talmente virtuali da essere irriconoscibili.


Dicono che è una crisi finanziaria,  perché manca liquidità.   Io avevo capito che la liquidità è il danaro.   Qualcosa di fisico.   Mica può scomparire...   Qualcuno ce lo dovrebbe avere, in questo momento.   Che lo tenga nascosto, come Paperon dei Paperoni ?     Sotto il materasso, come i nostri vecchi ?   Se guardi le statistiche della cartamoneta stampata, in circolazione ce n'è milioni di tonnellate:  se qualcuno li avesse bruciati si vedrebbe il fumo.


Fumo, altra parola usatissima, a proposito della crisi.


Andati in fumo in una sola seduta miliardi di euro”... Ma cosa vuol dire ?   Se sono il proprietario -che so- della Fininvest,  e c'è un crollo del titolo,  continuo ad essere proprietario della Fininvest, o no ?  Cosa ci ho rimesso ?    Mica volevo venderla !    Se il mio scopo era venderla,  perché l'ho comperata ?    Diverso è,  se ho i miei risparmi in un fondo,  che mi serviranno quando sarò vecchio;  è diverso perché, quando andrò a chiedere in restituzione i soldi, me ne daranno meno di quelli che avevo versato tanti anni prima.   Non è mica la stessa cosa !   Io non volevo “Essere proprietario del Fondo”, volevo solo fare previdenza...   ma i miei soldi non sono “andati in fumo”.. sono stato vittima di un sistema che non mi consente di fare previdenza...


Su una cosa tutti sono d'accordo, e cioè che la forbice tra ricchi e poveri si è allagata.   Nessuno sembra ricordare che questo fatto è sempre stato foriero di conflitti.   Il confronto con il 29 magari è fuori luogo, e non voglio pensare a quello che è successo dieci anni dopo... però sarebbe meglio stare un po' allerta, e pensare seriamente alle condizioni di vita di quelli che stanno peggio...

Le vicende del mondo,  credo d'aver capito,  hanno il vizio di ripetersi.

martedì 9 dicembre 2008

Natale

Chissà se sarà finalmente un Natale austero.   Senza regali, senza addobbi, senza ingorghi, senza ansia.    Poverelli e sereni, come ad Assisi.
A contemplare lo spettacolo di una nascita.
Penso sia veramente uno spettacolo che merita ammirazione: inizio del tempo individuale.    Reset completo della memoria, come quando ti svegli da un sogno.    Inizio delle percezioni, dei bisogni... delle tribulazioni.
Ieri sera con Paola si parlava della nonna, che è morta qualche mese fa.    Ad un certo punto, le sono venuti i goccioloni agli occhi, ed ha fatto la scafa: “Io non voglio morire”.    E' stata inconsolabile: “Non voglio neanche diventare grande, se no anche tu muori”.
Troppe cose belle adesso … troppo bello stare assieme … troppo bello vivere ... Paola non vuole rinunciarci.
Ma non voglio fare lo strappalacrime, solo considerare a quante cose vere potremmo pensare, contemplando il bambinello,  se solo togliessimo dal Natale la frenesia dei consumi.

Veramente

Veramente, cioè: "davvero", ma anche "sul serio"...

Non ricordo di cosa parlavamo, ma un certo momento il discorso è caduto sulla verità, e allora le ho chiesto:  “Ma cos'è la verità ?”,  per curiosità,  per vedere cosa mi rispondeva.   Sul momento Paola si è schernita:  “Non lo so”,  sorridendo,  ma io insistevo: “Dai che lo sai”,  e mi ha spiegato seria, come si spiega a qualcuno un po' tonto: “Verità è capire le cose”.

Mi chiedo se siamo talmente figli del razionalismo, da considerare vero solo ciò che è illuminato dalla ragione....  e ne siamo talmente convinti, da riuscire a trasmette questa convinzione ad una bambina di 4 anni ?
No, no...  la spiegazione di Paola è -in effetti- elementare, e mi fa riflettere.   Capire è un prerequisito per riconoscere qualcosa come vero.   Paola di sicuro non parlava della scomposizione - analitica - razionale...  ma del "capire" come consapevolezza,   “far proprio” un concetto,  e forse -prima ancora- uno stato d'animo.
Se non conosco, come posso considerare vero qualcosa ? Ma per conoscere, occorre un po' di tempo, un po' di calma.    Se sono ossessionato dai miei bisogni, rincorso dalla fretta, come posso dedicarmi alla distinzione tra vero e falso ?   Avete mai provato a studiare,  con qualcosa che vi assilla,  che so,  il bisogno di andare al gabinetto...  dite la verità: è impossibile !
Così ben venga -e lo auguro a tutti- un Natale sereno, e poverello.
Se fosse di tutti (parlo di noi paesi ricchi),  questa crisi economica sarebbe benedetta.   Se non fosse solo sulle spalle dei più sfortunati,  sarebbe una grande opportunità.   Se fosse un fiore, sarebbe un bucaneve.

sabato 15 novembre 2008

Buio

L'inizio sarebbe “La luce fu”. Uno capisce che prima c'era il buio. Cioè: se anche ci fosse stato qualcosa, non lo vedevi.. come dire: una gran confusione...

A tante persone, specie i bambini, il buio fa paura. Percepiscono come una minaccia, un'incognita, un rischio. Uno dei primi neologismi coniati da mia figlia, riguardava gli occhi del lupo nella favola di Cappuccetto Rosso. Per lei erano “buiosi”, cioè suscitavano le stesse emozioni che suscita il buio.

A me personalmente il buio piace. Se mi capita di alzarmi di notte, mi piace cercare di orientarmi al buio. So che una volta mi prenderò uno spigolo sul muso, ma è più forte di me, come se volessi prepararmi al buio che verrà.


Ma, evidentemente, è questione di gusti. Di sicuro “fare luce” è sinonimo di comprensione, conoscenza, così nel buio resta l'incognito, il mistero, ed è normale cercare di ripristinare in fretta l'illuminazione.

Quando viene la sera, gli uomini andavano a dormire, come tutti gli altri animali... salvo alcuni predatori, molto sicuri del fatto loro, che preferiscono il buio per sopraffare meglio le loro vittime. Bestie da cui è meglio stare lontani. Io penso che tanta vita notturna non ci sarebbe senza l'illuminazione elettrica. Se volessimo far chiudere le discoteche alle 2 di notte, basterebbe sospendere a quell'ora l'erogazione dell'energia elettrica: fine del surrogato del sole, fine della musica, fine della festa, tutti a nanna.

Penso che la luce artificiale sia uno dei segni del potere dell'uomo, e lo abbia reso un po' troppo arrogante.


Ma torniamo al buio, ed alle sue emozioni. Qualcosa spesso associato al silenzio: la privazione del suono. A me capita talvolta di dormire in una casa isolata, e devo dire che lì il sonno è 100 volte più ristoratore. Io credo che al rumore che ci circonda crediamo di esserci assuefatti, perché non lo notiamo più, ma invece ci disturba, e ci fa più cattivi. Ricordo i primi giorni passati in una casa situata adiacente una strada di grande traffico. La prima notte, il rumore disturbava, la seconda notte ho dormito, il sabato, alle 2 di notte mi sono svegliato di soprassalto: “Come mai questo silenzio ?”: ah, era sabato, non passavano i TIR....


Abbiamo bisogno di un po' di buio, e di silenzio.


Così il “fiat lux” ci lascia un po' di rimpianto di quello che c'era prima. Ma la cosa che mi turba di più di quell'incipit, e che se prima mancava la luce, ed ogni cosa era come se non ci fosse, però il tempo, quello c'era. Le scritture ci parlano dell'inizio della luce, non dell'inizio del tempo. Anche quando i cosmologi ci parlano del “big bang”, viene subito da chiedersi “e prima ?”. Stentiamo a immaginare un muro nel tempo, e ci piace immaginarlo infinito nelle due direzioni.


Ma è veramente così ? Esiste un “buio” del tempo ?


Trovo affascinante quel brano dei vangeli apocrifi, dove si descrive la sospensione del tempo che sarebbe accaduta alla nascita di Gesù: tutto restava immobile, perché una cosa straordinaria stava accadendo. In quel momento i movimenti erano impediti (le leggi di Newton valevano perfettamente: niente tempo, niente moto), ma gli angeli glorificavano, e quello che doveva manifestarsi lo faceva senza problemi.

Come nei sogni, che non puoi muoverti, ma il pensiero continua, non senza una sensazione di terrore.

Credo che sia proprio il pensiero che può andare oltre il buio del tempo, che però c'è, eccome, e -per quel che mi riguarda- credo non si farà attendere troppi anni ancora.

Un abbraccio a tutti


martedì 11 novembre 2008

Echi

Non capita spesso di notarlo, perchè viviamo in ambienti rumorosi, però l'eco della nostra voce arriva sempre, e non solo nelle autorimesse sotterranee deserte.

L'eco è come lo specchio per l'occhio. La voce che senti è la tua, l'immagine che vedi è la tua.

L'eco arriva un po' in ritardo, ma lo stesso sarebbe anche per l'immagine riflessa, solo che la luce è molto più veloce, e non si nota. Quando abbiamo sentito in diretta gli astronauti che giravano attorno alla luna (chi ha la mia età), ci dicevano che li sentivamo in ritardo, per via del tempo di andata e ritorno delle onde radio.

Così quello che senti con l'eco, è il suono che c'è stato, e quello che vedi allo specchio è quello che era.


Ma se la riflessione del suono, o dell'immagine, determinano una sfasatura del tempo (il ritardo), rispetto al momento in cui l'evento si è determinato, cosa si può dire della riflessione del tempo ? Che effetti ha ?


Ma, prima di tutto, c'è qualcosa di simile allo specchio,  per il tempo ?


Sarebbe una cosa che ti riporta ad un tempo diverso dall'attuale. Il tempo sarebbe il tuo, ma più precisamente una sua copia, più o meno nitida.

Non è la macchina del tempo, perché quella è stata immaginata per far vivere in un tempo diverso, mentre uno specchio dà solo un'immagine: se vedi uno che fa le smorfie, sei tu che le stai facendo, ed adesso (o meglio, poco fa).   Se senti “Uilalala iu”, sei tu che lo hai appena fatto, non è la roccia della montagna lì davanti.  Non puoi entrare nello specchio per baciare la donna che vedi riflessa, devi rivolgerti a quella vera.

Così lo specchio del tempo altro non è che una rievocazione, dentro la quale non c'è alcuna possibilità di azione.   Come lo specchio ti da la sensazione di presenza di qualcosa che si trova altrove, lo specchio del tempo ti da la sensazione dello scorrere del tempo, ma in modo simulato.

Un romanzo, un film, se ben preparati, producono questo effetto; se sono un romanzo storico, o un documentario, la verosimiglianza aumenta; un'intervista, una telecronaca, ancora di più;  la moviola è il massimo.

Di questi “specchi” si fa un uso massiccio, e non sempre ci viene detto che sono specchi. Come nei labirinti del luna park, restiamo disorientati, e fatichiamo a trovare l'uscita.

Anche se l'immagine non è la nostra, ci immedesimiamo. Qualche giorno fa Paola,  mia figlia, aveva visto a lungo un film e mi ha detto: “Sai papy, che io ci posso entrare nel film ?”. Intendeva dire che si era accorta di partecipare talmente intensamente, che le pareva di essere “dentro”.  La comunicazione pubblicitaria usa questa capacità di immedesimazione, uno specchio deformante, che ti fa credere di essere dove non sei, e desiderare quello che vogliono venderti.


Ma torniamo agli specchi classici: c'è un effetto particolare, che riguarda la simmetria. Allo specchio, quello che era a destra, lo vedi a sinistra, e viceversa. Detto così però è abbastanza impreciso, perché se vi mettete distesi, allora quello che è sopra, diventa sotto. Cioè, le cose si invertono rispetto ai due occhi che guardano.

Cioè, oltre alla riflessione, abbiamo anche una inversione, rispetto al piano di simmetria dei nostri occhi.  Inversione molto particolare, perchè -ad esempio- è diversa da quella del cannochiale, che capovolge, oltre ad invertire destra e sinistra.


E con l'eco ?

La sensazione di destra e sinistra con l'udito è meno dettagliata, ma pure c'è, ed ormai se non è stereofonica, la musica la sentiamo piatta. Il suono riflesso dall'eco com'è ? Si inverte ?

Se qualcuno lo sa, mi fa un piacere se me lo dice...


Ma torniamo al tempo: esistono “difetti” di “riproduzione” di tipo sistematico ? Intendo dire, qualcosa di simile all'inversione simmetrica ?

Errori di percezione subdoli, dei quali ti accorgi solo con l'osservazione attenta, e inevitabili, perché strettamente legati alla tecnica di riproduzione.


Io credo di sì, ed ho qualche idea, ma se avete delle altre idee voi, fatemele sapere.


Ed è il fatto che non sei tu “dentro” al tempo, ma ne sei osservatore.   Se ci pensate, per l'inversione simmetrica non occorre lo specchio.  Se al dentista spieghi che ti fa male il dente “a destra”, lui sa che lo vedrà alla sua sinistra.   E' esemplare la storiella di quella studentessa all'esame di anatomia, che rispondendo alla domanda sulla posizione dell'appendice, disse che era a sinistra.   Accortasi dell'espressione di disappunto del professore, che avrebbe preferito promuoverla, si affrettò a precisare: “a sinistra, entrando”.


L'inversione simmetrica è legata allo scambio di ruolo tra osservato ed osservatore:  l'io, quando diventa visto, si inverte, anche se sono ancora io ad osservarmi.


Cosa cambia, tra essere nel tempo, e osservarlo ?

Innanzitutto la possibilità di azione


Alle volte racconto delle storie a Paola;  nei momenti più drammatici lei interviene e dice “E allora vengo io che la salvo”, o qualcosa di simile.

Alle volte lo specchio è talmente verosimile che verrebbe la voglia di attraversarlo.. purtroppo non si può... è solo uno specchio...


O, per essere più precisi, non è che la tua possibilità di azione, scompaia, è solo confinata localmente, e se raggiunge la rappresentazione riflessa, è solo perché -prima- ha agito sull'unica versione “vera”, quella qui e ora.


Forse ricordate quei documentari, sulla manipolazione di materiali fortemente radioattivi: l'operatore muove delle pinze, ed il movimento viene riprodotto aldilà di un pesante vetro al piombo, per manipolare dei sinistri bussolotti. Oggi al tempo di second life, ci sono guanti ed altre attrezzature per controllare il movimento dell'avatar.


Ma è possibile, agendo nel qui e ora, produrre un effetto (anche ritardato, anche invertito) sull'immagine riflessa del tempo ?


Verrebbe da dire definitivamente no.


Però sono in vena di provocazioni, e vi ricordo che l'immagine riflessa non è necessariamente la rappresentazione dell'originale: ci sono inversioni, distorsioni, ritardi. Se penso a come viene “letto” un fatto storico, a come questa lettura cambia nel tempo, non credo si stia sempre falsificando i fatti. Credo solo che si mette molto che riguarda esclusivamente l'osservatore, cioè il qui ed ora, ma soprattutto, che è impossibile non metterci nulla dell'osservatore....


Cos'è la riflessione dello specchio, senza il suo uomo che la sta guardando ? Così, tutta la produzione di storie (televisive, scritte, radiofoniche) esistono perchè c'è qualcuno che fa da spettatore.

Quest'uomo non lo sa, ma è proprio lui che determina l'esistenza di tutto quel circo attorno a lui. Non sa che probabilmente ha un potere decisivo... tutto sta riconoscere e rivelare le deformazioni, stanare il falso... also... also.

venerdì 7 novembre 2008

Perdere

Che bello vedere Obama e Mc Cain riconoscersi l'onore delle armi: “Sei stato il mio avversario, adesso sei il mio presidente”


Fair play


Non è un caso se è così difficile tradurre questo termine. Noi siamo quelli che spargevano il sale sulle rovine di Cartagine, ed il nemico catturato fuggitivo lo abbiamo impiccato a testa in giù.


Vincere e perdere sono per noi sempre pieni di rancore, e mi sono chiesto come mai nella cultura americana sembra essere così diverso.

Vien da dire che Mc Cain, con l'esperienza del Vietnam alle spalle, sa che la sconfitta è meglio riconoscerla rapidamente, ma è un ragionamento troppo semplicistico.


Perdere è qualcosa difficilmente slegabile dall' “adesso”. Intendo dire, che se sono certo che perderò, in pratica ho perso già adesso. Se avevo perso una cosa, e poi l'ho ritrovata, è inesatto dire che l'ho persa. Perdere si riferisce ad ora; la sofferenza e la rabbia della perdita sono “adesso”.


Tutto cambia se vediamo le cose in un arco di tempo più lungo. “bisogna saper perdere” diceva una canzone di Caterina Caselli, e poi completava “non sempre si può vincere”: cioè “hai vinto che basta, ora accetta anche un po' di sconfitta”.


Il fairplay che viene insegnato ai ragazzi sportivi significa “in questa partita puoi vincere o perdere, ma il bello è giocare, il campionato è lungo e ci sono molte possibilità”. Le regole del gioco sono poi un ingrediente essenziale: devono garantire la possibilità di avvicendamento tra sconfitto e vincitore. Nessun vincitore, sapendo che prima o poi perderà, ha interesse a sovrastare l'avversario.


Mi vengono in mente quegli animali che lottano, e chi soccombe si getta a terra mostrando la vena giugulare come per dire: “Ormai sei in condizione di uccidermi, pensaci bene se ti conviene”.  La diluizione nella dimensione tempo serve a smorzare l'eccitazione del momento.


Poi, nel caso della lotta per la presidenza USA, la chiave del fair play è stato, secondo me, lo spostamento di “campo”: dalla partita tra loro due, sono passati alla partita tra gli USA ed il resto del mondo: “Da noi nulla è impossibile”, come per dire: “Voglio vedere chi è capace di fare come noi, siamo i migliori”... in quella sfida, se vincono, vincono tutti gli americani.


E chi ci perde ? Beh, che la Casa bianca, sia un po' meno bianca, io credo non ci perda nessuno, e spero che nessuna multinazionale di detersivi venga a proporci il candeggio.